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Salute


Dal Corriere della Sera

Partito al Bellaria di Bologna uno studio che coinvolgerà 600 persone per verificare se esiste una relazione tra emissione di biofotoni e benessere percepito

di Benedetta Boldrin
 

BOLOGNA – C’è una luce attorno a noi, che noi stessi produciamo. È fatta di biofotoni: emissioni molto deboli di energia luminosa, appunto. Non è un’energia «ferma», varia — secondo studi di fisica quantistica — in base a come ci sentiamo. Una ricerca scientifica al Bellaria di Bologna se ne sta occupando, indagando proprio questo aspetto: alla Psicologia ospedaliera del Dipartimento oncologico dell’Ausl diretta da Gioacchino Pagliaro stanno ingaggiando le prime 300 persone (altre 300 saranno chiamate più avanti) per verificare se esiste una relazione tra emissione di biofotoni e benessere percepito.

I biofotoni fotografati

Che i biofotoni esistano «è dimostrato ormai da sufficiente letteratura scientifica e diverse università occidentali li hanno già studiati», spiega Pagliaro, pur se nel mondo scientifico non tutti li danno per accertati. Lui, che ora guida la ricerca autorizzata dall’Ausl, del tema si occupa da molti anni. Uno studio da lui stesso coordinato, pubblicato lo scorso ottobre sulla rivista scientifica Baoj Physics specializzata in fisica e biomedicale (Human Bio-Photons Emission: an observational Case Study of Emission of Energy Using a Tibetan Meditative Practice on an Individual), ha messo in evidenza come questa energia si possa addirittura trasferire da un individuo a un altro e, soprattutto, che questo sia visibile. Non dall’occhio umano naturalmente, ma da sofisticate apparecchiature che utilizzano una tecnologia sviluppata dalla Nasa e possono «fotografare» i biofotoni. Si trattava, nello studio pubblicato, di verificare il comportamento di questa energia all’interno di una pratica curativa della medicina tibetana (Tsar Lung): nelle immagini si vede una sorta di onda che circonda il terapista che si allarga e si sposta sopra la testa della persona che riceve l’energia. «È la prima volta — spiega Pagliaro — che i biofotoni vengono fotografati in movimento».

Le apparecchiature della Nasa

Per farlo sono state usate due apparecchiature. La prima contiene una tecnologia utilizzata in campo astronomico per captare emissioni di luce nella banda dell’ultravioletto, non visibile all’occhio umano: si trova per esempio in telescopi della Nasa, per vedere stelle molto lontane. L’altra macchina — si legge sempre nello studio — ha un sistema utilizzato in alcuni aeroporti Usa per la sicurezza: i suoi sensori rilevano le «vibrazioni» collegate per esempio a stati di tensione psicologica.

La ricerca al Bellaria

La stessa tecnologia Nasa viene ora utilizzata al Bellaria per fotografare i biofotoni di trecento persone sane tra i 18 e i 69 anni, selezionate casualmente dall’anagrafe sanitaria dell’Ausl di Bologna. Ai partecipanti vengono sottoposti tre diversi questionari, uno per la rilevazione dello stato psicologico e due per la valutazione dello stato di salute percepito. Poi, una volta indossato un camice che rende più uniformi i colori dei vestiti, vengono semplicemente fotografati. Le immagini sono tutte diverse: in qualche caso per esempio la luce è verde, in altri rossa (il colore dipende dalla frequenza), talvolta appare uniforme, altre volte ha un effetto maculato e anche la forma della «nuvola» attorno alla persona cambia. La seconda fase della ricerca prevede il coinvolgimento di altre 300 persone, in questo caso malati oncologici. Sta ai ricercatori capire se esiste una corrispondenza, ed eventualmente studiarne la relazione, tra l’emissione di questa energia luminosa e il benessere percepito dalla persona.

I risultati nel 2019

I risultati sono attesi per la primavera del 2019. Per il momento ci sono la curiosità e l’interesse che questa ricerca sta già suscitando. «Le persone arrivano chiedendo quanto tempo ci vuole perché hanno fretta, poi non se ne vanno più via — racconta Pagliaro — Fanno tantissime domande interessanti».

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di Dee McLachlan Da : gumshoenews.com

La prima volta che ho appreso l’elettrosensibilità è stato quando un amico sudafricano si è trasferito in una nuova casa ai margini di un parco a Johannesburg negli anni ’80. Due imponenti tralicci dell’alta tensione erano posizionati vicino a casa e la loro giovane figlia si ammalò presto diventando allergica a quasi tutto. Il consiglio del medico: “cambia casa”.

Negli anni ’90, sono andato a un incontro in una stazione televisiva di Johannesburg. L’edificio aveva un enorme parabola sul tetto. Credo che stia trasmettendo il segnale TV. Discutendo con i dipendenti, hanno sottolineato che molti degli alti funzionari erano in ferie – affetti da cancro. Erano preoccupati di essere promossi, poiché tutti gli uffici del personale anziano erano ai piani superiori – il più vicino alla parabola. Tutti sospettavano che questa fosse la causa del cluster del cancro.

Il deserto del Namib Reprieve
Gobabeb Research Center (foto – Robert Logan)

Poi circa quattro anni fa sono stato assunto per dirigere un documentario in Sud Africa. Siamo atterrati in alcune aree remote – inclusi diversi giorni al Gobabeb Research Center, nel deserto del Namib in Namibia. Oltre a una rete fissa, è essenzialmente tagliata fuori dal mondo, ed è uno dei luoghi più remoti in Africa.

Quando sono tornato a Melbourne, non sono riuscito a dormire bene per quasi sei settimane. Di notte, stando sveglio, sentivo che il mio cervello veniva “fritto”. Dopo aver visitato medici e un esperto di orecchie, l’esperienza mi ha costretto a considerare la possibilità che i contatori intelligenti installati nella porta accanto, e Wifi mi stia colpendo. La sensazione di “microonde” e il ronzio nelle orecchie, finalmente si placarono. Un socio di ritorno dall’Antartico ha avuto la stessa esperienza.

Poi il mese scorso ho letto di uno studio che riportava l’esodo di specie di uccelli, pipistrelli e termiti dalla zona del Monte Nardi. Lo studio presso l’area del Patrimonio Mondiale del Parco Nazionale di Nightcap, nel nord del NSW in Australia, è stato realizzato in un periodo di 15 anni, dal 2000 al 2015. La scomparsa delle specie corrisponde a una quantità crescente di radiazioni elettromagnetiche (EMR) e frequenze elettromagnetiche (EMF). dal complesso della torre delle telecomunicazioni.

Maggiori informazioni su questo studio in un momento. Quindi quali sono i campi elettromagnetici?

Frequenze elettromagnetiche

Il mondo naturale, compresi i nostri corpi, produce campi elettromagnetici. Ma la tecnologia sta pulsando enormi quantità di radiazioni elettromagnetiche nel nostro ambiente, per nostra comodità. La quantità di radiazione di fotoni nello spettro è espressa in termini di energia, lunghezza d’onda o frequenza. Più alta è la frequenza, più breve è la lunghezza d’onda.

Alla fascia bassa, da 50 a 60-Hertz, è per i nostri elettrodomestici. All’estremità superiore troviamo telefoni cellulari, telefoni cordless, antenne mobili, torri di trasmissione, sistemi di sicurezza elettrici, ecc. Non metterebbe la mano in un forno a microonde, ma apparentemente molte torri di telefoni cellulari funzionano nel campo delle microonde.

Quindi ha senso pensare che forse siamo colpiti . Quindi i forti EMF artificiali penetrano nei nostri corpi e interferiscono con il modo naturale in cui funziona il nostro corpo?

Lo studio Mount Nardi

Il botanico che ha fatto la ricerca sull’esodo degli uccelli è il botanico australiano Mark Broomhall. Possiamo fidarci di quello che dice? Ha vissuto sul monte Nardi per quaranta anni; è stato coordinatore forestale per un decennio; direttore dei progetti Pacific-Eco-forestry in Papua Nuova Guinea e nelle Isole Salomone; e il rappresentante australiano per il progetto internazionale “Save the Siberian Tiger Project”.

Nel suo studio, Broomhall stima che dal 70 al 90% della fauna selvatica è diventato raro o è scomparso dal Parco nazionale di Nightcap entro un raggio di 2-3 km dal Monte. Complesso di torri Nardi ” .

Cito dal rapporto del botanico :

“L’altopiano del Monte Nardi-Mt Matheson è di importanza unica … potrebbe essere considerato il” gioiello nella corona “e detiene uno status esaltato nel contesto globale della foresta preistorica di Gondwanaland.
La torre sul monte Nardi (foto – Angus Fraser)

“Dagli anni ’60 fino a poco dopo il millennio, il Monte. Il complesso di torri per telecomunicazioni Nardi utilizzava la tecnologia analogica . Dalla fine degli anni ’70 il monte I residenti di Nardi hanno assistito a un costante aumento della diversità delle specie.

“Non è stato fino all’avvento della tecnologia wireless digitale negli anni dal 2002 al 2004, che ho iniziato a notare un declino nella diversità degli insetti e nella popolazione.

“Nell’anno 2009 sono state installate tecnologie 3G avanzate e ulteriori 150 canali televisivi a pagamento sono stati aggiunti alla torre. In seguito a queste aggiunte, ho assistito all’esodo di 27 specie di uccelli …

“Ho assistito al rapido esodo di altre 49 specie di uccelli [dopo l’aggiornamento” 4G “nel 2012 e all’inizio del 2013] … Questa dichiarazione può essere riassunta con dati concreti:

3 specie di pipistrelli una volta comuni sono diventate rare o scomparse
11 specie di uccelli minacciate e in pericolo sono scomparse
11 specie di uccelli migratori sono sparite
86 specie di uccelli stanno dimostrando comportamenti innaturali
66 una volta che le specie di uccelli comuni sono ora rare o scomparse

Interruzioni di corrente

Broomhall ha scoperto che quando si è verificato un taglio della produzione di energia elettrica nel 2015, sono tornate alcune specie di uccelli. Ci fu un tre giorni di interruzione di corrente, e descrisse una “esplosione biologica” – dimostrata dalle termiti (Isoptera) che lasciavano i loro nidi. Dice che “la precisione della risposta biologica al taglio di corrente di 3 giorni è stata straordinaria e significativa” e conclude che le microonde a impulsi sono particolarmente tossiche per la fauna selvatica.

Apparentemente, negli Stati Uniti, la potenza massima consentita nelle aree urbane è di 100 watt, mentre nelle aree rurali è di 500 watt. Questo potrebbe andare in qualche modo a spiegare i risultati drammatici del Monte. Studio Nardi.

Pericolo per gli umani

Il governo australiano non è convinto che i campi elettromagnetici siano pericolosi. In un vecchio rapporto del governo su “Radiazioni elettromagnetiche da TV e torri di telefonia mobile: aspetti di salute”, dice:

“… Anche se non ci sono prove convincenti che fonti di energia a bassa potenza come le torri di telefonia mobile possano aumentare l’incidenza del cancro, è necessaria una certa cautela dato che gli standard di salute esistenti si basano su criteri piuttosto ristretti e che i tumori spesso hanno un lungo tempi di consegna.”

Il rapporto menziona che nel 1995 uno studio preliminare (di Hocking, Gordon, Grain e Hatfield) sull’incidenza del cancro a Sydney sembrava mostrare un aumento della leucemia infantile nelle case relativamente vicino ai trasmettitori TV. Suppongo che questo preliminare non giustificasse lo studio principale?

Studio del Brasile su  7000 decessi

Nel 2013, Natural News ha scritto di uno studio in Brasile, che collega 7000 morti per cancro alla vicinanza con le torri dei telefoni cellulari. Lo studio ha concluso:

“Più ti avvicini a un’antenna, maggiore è il contatto con il campo elettromagnetico … [Studia a] San Francisco, oltre a città in Austria, Germania e Israele, risalenti agli anni ’70. Tutti gli studi hanno condiviso risultati simili: vivere in una certa prossimità con una torre del telefono cellulare ha aumentato il rischio di cancro … ”

I nostri governi e la società sono stati catturati dai giganti della tecnologia. Telefoni, Netflix, Wifi – beh, li vogliamo ora – quindi nessuno li abbandonerà facilmente.

Viviamo in una zuppa elettromagnetica, quindi stiamo andando a microonde l’umanità (come la conosciamo noi) all’estinzione? di Dee McLachlan

 

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La cura del Dott. Zora Giuseppe

La cura del Dott. Zora Giuseppe


Posted By on 31 Gen, 2018 in Salute

 Ho trovato questo articolo . Leggete cosa succede a chi effettua, comunque una pura ricerca e ottiene qualche risultato incoraggiante , ma non si allinea ai protocolli farmaceutici . Come gli viene rovinata la vita.

 

Da  Il Giornale -Stefano Lorenzetto – Dom, 01/07/2007

Risultati immagini per giuseppe zora

Il professor Giuseppe Zora, all’’epoca docente all’Istituto di clinica oncologica dell’’Università di Messina, e la dottoressa Anna Tarantino, biologa nel medesimo istituto, formavano una delle coppie più promettenti nel campo della ricerca sui tumori, e non certo perché erano (sono) marito e moglie. È che trent’anni fa, inoculando nei topi malati di cancro il Corynebacterium parvum, un batterio appartenente alla famiglia dell’’agente patogeno che provoca la difterite, avevano constatato sorprendenti regressioni del male.
Ma poi, nel 1979, il professor Saverio D’Aquino, direttore dell’istituto, chiese loro di sperimentare in laboratorio un siero ottenuto dalle feci e dalle urine delle capre, che gli era stato portato da un veterinario di Agropoli (Salerno), il dottor Liborio Bonifacio. «Scoprimmo che qualche effetto antitumorale sulle cavie malate lo aveva», racconta oggi il professor Zora. «L’’anno dopo illustrai i risultati di quella ricerca in un convegno a Saturnia. Fu la fine. Tutto ciò che mia moglie e io avevamo fatto sino a quel momento non valeva più niente».
Ciò che avrebbero fatto di lì in avanti sarebbe valso ancora meno. Eppure il preparato, frutto delle loro ricerche, l’’Imb (immunomodulante biologico), non ha niente a che fare col siero Bonifacio. È un prodotto che ha per principio attivo l’’Lps, lipopolisaccaride estratto da batteri Gram-negativi, ampiamente studiato presso l’’Università di Tours, in grado di supportare il paziente oncologico durante le chemio e le radioterapie.
Fu ostracismo totale. Di più: persecuzione. È passato un quarto di secolo, ma il ricordo è ancora lancinante. La coppia fu costretta a rifugiarsi in territorio vaticano, precisamente nella basilica di Santa Maria in Trastevere, che gode dell’’extraterritorialità. «Io non so se questo farmaco cura il cancro, so soltanto che dinanzi a Dio e a me stesso, come uomo e sacerdote, è mio dovere accogliere questi poveretti e aiutarli», disse il parroco, don Vincenzo Paglia, l’’assistente ecclesiastico della Comunità di Sant’Egidio poi divenuto vescovo di Terni. I poveretti non erano soltanto i coniugi Zora ma anche i 50.000 malati che nei dieci anni successivi furono visitati e curati gratuitamente, condicio sine qua non per operare entro i confini della Santa Sede. Chi voleva, lasciava un obolo per le spese.
Ma ancora non bastava. Il professor Zora dovette subire l’onta di un arresto, passare due notti in galera, essere inquisito una decina di volte, abbandonare la cattedra di oncologia alla Sapienza di Roma. Nel 1992, per rompere l’’assedio, prese con sé la famiglia – moglie e quattro figlie, di cui una oggi laureata in biologia come la madre – e riparò in Svizzera. «Dormivamo in un residence di Morcote, nel Canton Ticino, e intanto i miei avvocati si occupavano dei procedimenti penali». Non essendoci ordini di cattura che pendevano sul suo capo, da buon cittadino italiano s’è sempre presentato nelle aule di giustizia per gli interrogatori.
Il rogo era nel suo destino: è nato nel 1950 a Nola, il paese campano che diede i natali a Giordano Bruno. Da cinque anni il professor Zora è tornato a vivere sul suolo patrio. Scottato dalla drammatica esperienza, si mantiene tuttavia in zona di sicurezza: ha preso casa a Campione d’Italia, quella piccola porzione di Belpaese, appena due chilometri quadrati, incistata nel territorio della Confederazione elvetica, tra Mendrisio e Lugano. Ha istituito la Fondazione Raphael, un organismo scientifico di diritto svizzero senza scopo di lucro, con sede a Melide, per lo studio delle terapie nei tumori e nelle malattie degenerative. Ne è presidente onorario monsignor Giovanni D’’Ercole, capo ufficio della sezione affari generali presso la Segreteria di Stato vaticana, che quando andava in onda sulle reti Rai fu proclamato da un sondaggio «il volto più affidabile della Tv italiana». Da quattro anni il professor Zora è tornato a insegnare nell’Università di Milano.
Nel suo ambulatorio di Campione l’’uomo dell’’Imb ora si fa guardare le spalle da un enorme crocifisso di porcellana che ha commissionato a un artista napoletano e dai ritratti di Giovanni Paolo II e padre Pio. Tutti gli anni va sulla tomba del santo di Pietrelcina. «L’ultima volta, attorniato da gente che soffre, gli ho chiesto: ma io che ci sto a fare qui? Non mi manca nulla. Così ho pregato per gli altri. Come prevenzione». Per anni è tornato a Roma ad assistere gratis i sieropositivi ospitati nella comunità di don Pierino Gelmini. Ogni due mesi scende fino a Sant’Antimo per visitare, sempre gratuitamente, i malati di tumore della zona di Scampia-Secondigliano. «Glielo devo: è la mia terra».
Che cosa c’entra l’’Imb con il siero Bonifacio?
«Assolutamente nulla. Infatti non è stato ottenuto dalla capra ma da ceppi batterici acquisiti presso un istituto biologico statunitense. Vi sono due sentenze di proscioglimento del tribunale di Roma, una del giudice Luigi Gennaro e l’’altra del giudice Mario Almerighi, che lo attestano. La seconda afferma testualmente che “la distribuzione del prodotto, non inserito nella farmacopea ufficiale ma non per questo in sé illegale, non è ricollegabile a finalità fraudolente bensì a una nota ostilità dell’industria farmaceutica”».
Quando cominciò a distribuirlo?
«I primi trattamenti su pazienti terminali consenzienti, che avevano esaurito tutte le terapie convenzionali, li feci nel 1980, riscontrando subito un miglioramento delle condizioni fisiche e un allungamento della sopravvivenza rispetto alle prognosi ufficiali. Quando Bonifacio nel 1982, ormai prossimo alla morte, smise di distribuire il suo siero, c’erano queste migliaia di malati che non sapevano dove sbattere la testa. Potevo tenere l’’Imb per me? Iniziai a darglielo in un locale del quartiere Testaccio, a Roma. Arrivarono i carabinieri. Una settimana dopo ero in piazza San Pietro. Migliaia di pazienti sulla gradinata, tre ore a dispensare fiale, con i gendarmi vaticani che osservavano a debita distanza, senza intervenire. Il giorno dopo trovai ospitalità da don Paglia».
Ha mai prescritto agli oncologici di smettere le cure?
«Mai. Al contrario, spesso sono io a consigliare ai più riottosi le prime tre linee di chemioterapici. Soltanto dopo sconsiglio d’insistere».
A quanti ha allungato la vita?
«Difficile dirlo. Nessuno fa i miracoli. Ma ho pazienti che sono guariti già da 21 anni o che convivono accettabilmente col tumore. Purtroppo non ho qui tutte le cartelle cliniche: ogni volta che me le hanno sequestrate, poi non mi sono più state restituite».
Non può dimostrare se funzioni la chemio o il suo Imb.
«Vero. Però il professor Giuseppe Martines, ordinario di terapia medica all’Università di Chieti-Pescara, ha trattato con l’Imb 461 pazienti di entrambi i sessi, tra i 20 e i 70 anni, affetti da 12 diversi tipi di tumore in fase avanzata: polmone, colon, pancreas, cervello, mammella, vescica… Li ha divisi in due categorie: 307 avevano praticato chemio o radioterapia e si trovavano in progressione di malattia; 154 non si erano sottoposti a nessun trattamento a causa della gravità del male o per loro scelta. Dopo quattro anni, il 38% dei pazienti del primo gruppo e il 48% di quelli del secondo erano ancora in vita. Questo dimostra che la risposta è migliore se il sistema immunologico non è stato distrutto dai farmaci antineoplastici».
Cosa pensa dei chemioterapici?
«Rispetto ai diserbanti puri che venivano usati 25 anni fa, oggi sono molto più selettivi e meno tossici. Sono anche molto costosi. In media un solo ciclo di sei sedute per trattare un carcinoma della mammella su una donna di circa 60 chili comporta una spesa di 7.800 euro, visto che gli antineoplastici sono dosati in milligrammi e vanno rapportati al peso corporeo».
Ma se l’Imb è così efficace, perché l’industria farmaceutica non se n’è impossessata?
«Glielo racconto, perché è la verità. Tra l’’82 e l’’83, attraverso un amico fotografo di Catania, conosco Vito Scalia, ex ministro della Ricerca scientifica, il quale mi combina un incontro con Alberto Aleotti, proprietario della Menarini e all’’epoca presidente di Farmindustria. C’’incontriamo all’’hotel Bernini Bristol di Roma, presente Scalia e mia moglie. Alla fine Aleotti mi dice: “Professore, a me l’’Imb non interessa perché è un prodotto biologico. Non è un prodotto chimico, non è brevettabile, dunque non potrà mai essere mio”. Infatti siamo riusciti a brevettare solo il metodo di preparazione».
Ma ha ceduto il brevetto alla Ocg Ag, un’ industria farmaceutica di Berna.
«Che però lo fabbrica come prodotto omeopatico, registrato nel 1996 dalle autorità sanitarie elvetiche col nome commerciale Adjuvant plus. Sono fiale da un millilitro iniettabili intramuscolo, in libera vendita in Svizzera, Germania, Austria e San Marino».
L’’omeopatia usa principi attivi diluiti oltre il limite del numero di Avogadro. Da un punto di vista chimico questi farmaci sono giudicati dalla medicina ufficiale uno zero assoluto.
«L’’Adjuvant plus è diluito in decimali, secondo le regole dell’’omeopatia tedesca, quindi il principio attivo è presente. Del resto l’Oms ha codificato di recente che il lipopolisaccaride può essere somministrato solo in microgrammi, altrimenti sarebbe tossico. Lei invece sta parlando dei prodotti diluiti in centesimali, dove in effetti il principio attivo non è più presente».
I chimici attendono che gli omeopati mostrino finalmente un esperimento ripetibile, almeno uno, in modo da distinguere l’’acqua normale dall’’acqua omeopatica.
«Non si può codificare tutto secondo i canoni che sono stati stabiliti da Tizio o da Caio. Nelle mie fiale non c’è solo la memoria del principio attivo. C’è l’’Lps».
Costeranno un occhio.
«No, 5 euro l’una».
Albert Sabin non ricavò neppure un dollaro dall’’antipolio.
«Noi lo stesso. La Ocg Ag patrocina soltanto le ricerche scientifiche della Fondazione Raphael. Vivo della mia professione».
E quanto si fa pagare?
«Una normale parcella: 150 euro la prima visita e 100 quelle successive. Bambini e indigenti non hanno mai pagato».
Scusi se insisto, ma spesso mi sono imbattuto in speculazioni economiche sulla pelle dei malati.
«Capisco. Vivo alla luce del sole. Dichiaro 90.000 euro annui di reddito. Mai avuto accertamenti della Finanza. Mai un’a accusa per truffa o per lesioni».
Quanti procedimenti giudiziari?
«Una decina. Sono sempre venuti a testimoniare in mio favore i pazienti. Sette-otto archiviazioni. Una sola condanna per detenzione di medicinale non autorizzato».
Dimentica l’’arresto.
«Dalla domenica sera al martedì, in seguito al sequestro dell’’Imb da parte dei Nas di Firenze. Un ’esperienza traumatica ma anche utile. Mi rinchiusero nella prigione di Arezzo con gli abiti che avevo addosso. Alle 20, durante l’’ora d’’aria, fui avvicinato da decine di detenuti. Sapevano già tutto. Radio Scarpa funziona. Mi offrirono pigiama e spazzolino da denti nuovi di zecca, cucinarono per me. Sono cose che non si dimenticano».
Nessuno la difese?
«Carlo Taormina, perché era il mio avvocato. E poi i radicali: Emma Bonino, Mauro Mellini, Marco Taradash, Adele Faccio».
Ha ancora processi in ballo?
«Neanche uno».
S’è dato una spiegazione dei suoi guai giudiziari?
«Avevo dimostrato con una ricerca seria in ambito universitario, avallata dal direttore d’istituto professor D’’Aquino, che il siero Bonifacio non era acqua fresca, come invece aveva sentenziato nel 1970 la commissione presieduta dall’’onorevole Pietro Bucalossi, direttore dell’’Istituto dei tumori di Milano, dopo una sperimentazione di soli 16 giorni su appena otto pazienti in fase preagonica. Il che spiega anche perché una seconda commissione istituita dal ministro Renato Altissimo, e nella quale sedevano il farmacologo Silvio Garattini e altri luminari, anni dopo bocciò senza appello la sperimentazione dell’’Imb, sostenendo che non vi erano i presupposti scientifici per avviarla. Almeno al professor Luigi Di Bella la sperimentazione fu concessa».
Ha conosciuto Di Bella?
«Nel 1979, dunque in tempi non sospetti. Gli portai a Modena i risultati dei test condotti con l’’Imb sulle cavie. Mi spronò a proseguire sulla strada intrapresa».
E Bonifacio l’’ha conosciuto?
«Sì. Lo considero il padre dell’’immunologia biologica. Ebbe l’intuizione di riprendere gli studi condotti nell’’anno Mille dalla fiorente scuola medica di Salerno, che guariva le malformazioni cutanee con una concrezione di feci caprine chiamata belzoar. Lui ne ricavò una pozione da iniettare per via intramuscolare».
Ma fu osteggiato.
«È la sorte dei pionieri. Mia moglie studia da anni la cartilagine di squalo, finora ridicolizzata dalla medicina ufficiale. In polvere, diluita e iniettata negli animali, ha dimostrato di ridurre la massa cancerosa e di rallentarne la crescita perché blocca l’’irrorazione sanguigna del tumore. Ricorda il clamore suscitato dalla scoperta del professor Judah Folkman? Due proteine, endostatina e angiostatina, decisive nella lotta al cancro perché impediscono la vascolarizzazione dei tumori. Guarda caso sono contenute nella cartilagine di squalo».
S’è fatto un’idea del perché un organismo sviluppa il cancro e un altro no?
«Uno se lo porta dietro geneticamente e l’’altro no. Questo non significa che esploda in ogni caso. Vi sono fattori scatenanti».
Quali?
«Inquinamento ambientale, alimentazione, sconvolgimenti emotivi. Ma al primo posto metterei lo stress. Lo stress ci uccide, fa scempio dei nostri equilibri. La vita si regge su quattro mattoni: neuro, psico, endocrino, immuno. Cede uno, e viene giù tutto l’edificio».
Ha mai avuto parenti colpiti dal cancro?
«Mia madre nel 1970. Un tumore della mammella avanzato. Avevo scelto di fare il ginecologo, ma sono diventato oncologo per questo. I suoi due fratelli, medici, insistevano perché si sottoponesse a chemio e radioterapia. Non volle far nulla. È morta nel 2002 a 87 anni. Di ictus».
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Il Suono e i Suoi Effetti

Il Suono e i Suoi Effetti


Posted By on 27 Gen, 2018 in Salute

La Bio-Acustica è l’area transdisciplinare della scienza che concerne la produzione biologica di suoni e i loro effetti nei sistemi biologici

Dieter_G / Pixabay

Il fisico italiano Carlo Matteucci nel 1842 dimostrò che ogni contrazione del cuore era dovuta ad una attività elettromagnetica. Willem Einthoven (1860–1927) realizzo la misura dell’elettrocardiografia con un apparecchio che permise una descrizione di diversi tracciati elettrocardiografici, accomunati a diverse malattie cardiovascolari e per questa scoperta fu insignito del Premio Nobel per la Medicina nel 1924. Il Campo Elettrico del Cuore, che viene misurato dall’elettrocardiogramma (EGC) è all’incirca 60 volte più grande in ampiezza di quello generato dalle onde cerebrali, dei due emisferi cerebrali nella testa. La componente Magnetica del cuore, è all’incirca 5000 volte più potente di quella prodotta dal cervello, ed è misurata a distanza da magnetometri estremamente sensibili che catturano le Interferenze Quantiche (SQUID).

Il cuore contiene distribuiti tra le proprie cellule un gran numero di neuroni e moto-neuroni che comunicano con neurotrasmettitori specifici per il controllo de battito cardiaco e per comunicare intimamente con il cervello, sia quello centrale che il secondo cervello-enterico, attraverso specifici ricettori, simili ai ricettori del gusto, che creano un sistema di controllo biologico. Pertanto il campo elettromagnetico del cuore è capace di creare relazioni con tutto il corpo (si possono infatti controllare manualmente in battiti dal polso o da molte parti del corpo) e sentire le variazioni di esse con l’ambiente, delle quali il cuore è informato, per adeguare il flusso del sangue alle complesse esigenze di respirazione cellulare dei vari organi. Inoltre nel cuore si trovano numerose sinapsi elettriche” (gap Junction), che sono bidirezionali nel trasmettere rapidamente lo inter-scambio di impulsi elettrici, ed hanno la funzione di sincronizzare il potente campo elettromagnetico del cuore.

 La potenza del campo elettromagnetico del cuore viene generata principalmente tramite la polarizzazione e depolarizzazione di tre diversi tipi di fibre elastiche, cosi da generare il movimento cardiaco che agisce come propulsore del sangue. In particolare potenziano il campo elettromagnetico le fibre del miocardio, il tessuto muscolare che costituisce le pareti del cuore, che è composto da proteine giganti connettive che si stratificano in membrane, creando una struttura semi cristallina di ampia capacita di elastica la quale per contrazione si polarizza e successivamente si depolarizza istantaneamente producendo “Bio-Fononi”

Ogni volta che il cuore batte, crea forti onde di pressione ed inoltre produce una molteplicità di “fononi” (quanti di energia vibrazionale nella gamma di vibrazioni acustiche udibili o ultrasoniche) che sono caratterizzati da differenti frequenze e tonalità diverse, ognuna delle quali è in grado di trasportare un diverso tipo di codificazione della informazione.

I FONONI del suono, rispetto ai FOTONI della luce, sono quanti di suono che oscillano a frequenze molto basse e si propagano a grandi distanze diffondendo calore e suono nel quadro descritto dal Toroide Elettromagnetico.

I quanti di suono agiscono quindi come vettori di modulazione armonica – risonante di ” informazioni e di calore” capaci di sincronizzazione dinamica del flusso sanguigno per tutto il corpo come a es. il contribuire dall’ interno per mantenere costante la temperatura del sangue, a 37°C nell’ uomo e ad altre temperature negli animali a sangue caldo, interagendo con la stabilizzazione dei di acqua del plasma sanguigno a quelle temperature. vitali.

Similmente risulta possibile armonizzare il flusso sanguigno tramite la propagazione di quanti del suono che come tali sono capaci di risuonare nelle cavità millimetriche e nanometriche delle arterie ed adeguare le loro proprietà di controllo per risonanza con il flusso delle informazioni fononiche incluse nei battiti del cuore.

I Bioritmi fononici si formano prevalentemente nelle micro-fibrille elastiche del Miocardio attraverso la loro polarizzazione (accumulo di CA++) e immediata depolarizzazione che genera ritmicamente i quanti del suono. Questa attività di produzione di quanti del suono è controllata, nel nascituro, unicamente dalla specificità della rete di neuroni motori del cuore, ed in seguito anche dalle interazioni risonanti di reciproca informazione neuronale tra cervello e corpo.

Sappiamo pertanto, già dalla concezione classica-deterministica della scienza, che la attività del Cuore è funzione del Campo Elettromagnetico Toroidale, alla quale si accoppia la informazione della rete neuronale alla produzione del movimento ritmico di propulsione del sangue nelle arterie (1) .

Tali cognizioni vanno oggi trattate in termini della moderna “elettrodinamica quantistica” per comprendere come il cuore oltre a comportarsi come una “pompa del sangue” possa essere considerato come una matrice complessa di “trasmissione musicale” dove per tramite le diverse tonalità dei battiti cardiaci i suoni udibili e ultra sonori , vengono trasmessi a tutto il “corpo-mente“ in termini di molte e diverse informazioni quantiche che hanno in se un carattere emozionale ed .affettivo di diversa qualità, (gioia, commozione, serenità, eccitamento, malinconia) e che pertanto nel loro complesso assumono un’importante fonte di conoscenza dei livelli simpatico ed parasimpatico che interagiscono sulla salute psicofisica. La ragione interiore della predilezione dell’uomo ed anche degli animali e persino delle piante per diversi formati musicali, ha una elevata probabilità di sincronizzazione tra la acustica proveniente dall’ambiente ed i livelli energetico risonanti del cuore. (3)

Sulla base di tali interpretazioni bio-quantiche della matrice delle frequenze emesse dal cuore svilupperemo applicazioni innovative di BIO-ACUSTIC HEALING (4)

 

Biblio on-line

(1)- http://www.mykonsulting.it/approfondimenti/cuore-elettromagnetico.html

http://www.visionealchemica.com/campo-energetico-del-cuore-toroidale/

(2)- http://www.edscuola.it/archivio/lre/scienza_cervello_musica.pdf

(3)- https://www.scienzaeconoscenza.it/blog/consapevolezza/dalla-voce-al-canto

http://www.descrittiva.it/calip/dna/SCIENZA-CERVELLO-E-MUSICA-I.pdf

(4) – http://www.inhere.org/Breaking%20the%20Sound%20Barriers%20of%20Disease%202017.pdf

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Fonte: oasisana.com

di Maurizio Martucci
Una marea invisibile di microonde millimetriche ci sommergerà! L’annuncio di questi giorni parla chiaro: entro il 2018 ben l’80% di Milano sarà coperta. Così come Torino, con le ‘sperimentali’ Bari, Matera, Prato e L’Aquila pronte alla prova su strada. E Roma riscalda i motori e si sta attrezzando. Il 5G, la nuova tecnologia per le comunicazioni senza fili di quinta generazione, sta sbarcando in questi giorni in Italia, come dettato dall’Unione Europea nel 5G Action Plan (un business da 225 miliardi di Euro stimati da qui al 2025) che spinge per l’attuazione di una copertura (praticamente) a tappeto su tutto il territorio nazionale (comprese zone rurali di campagna e parchi naturali) per il lancio dell’ultima frontiera del wireless, frequenze molto potenti nello spettro radio tra 3.6 – 3.8 Ghz per gestire simultaneamente milioni di dispositivi collegati in contemporanea al di sopra di 10 Gigabit al secondo.
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Attualmente tra i vecchi sistemi TACS, GSM, 3G e 4G, da Nord a Sud (isole comprese) sono in funzione già 60.000 ripetitori di telefonia mobile (le antenne di telefonia, molto spesso sui palazzi): a queste se ne dovranno aggiungere altre migliaia, annunciate come ‘più innovative’ in ottica 5G. Si tratta delle micro-antenne Massive MIMO e Beamforming che, per gioco forza, innalzeranno (fino a farlo schizzare a livelli senza precedenti nella storia dell’umanità) il tasso di inquinamento elettromagnetico, il tanto discusso elettrosmog da radio-frequenze, irradiazioni da onde non-ionizzanti, già dal 2011 nella Black list (Classe 2B) dell’Agenzia Internazionale per la Ricerca sul Cancro (Organizzazione Mondiale della Sanità) come ‘possibili cancerogene per l’Uomo’, oltre che perno di una manciata di sentenze uscite dai tribunali (una è pure stata confermnata in Cassazione) che, giuridicamente, attestano il nesso causale elettrosmog=cancro. Ma il Governo non aspetta e ha messo (per ora) gratuitamente a disposizione le frequenze per la sperimentazione, poi ci saranno le aste a cui parteciperanno i vari gestori di rete mobile
 Nella richiesta di moratoria del 5G, rilanciata in Italia dall’ISDE-Associazione Medici per l’Ambiente in condivisione con una task force di oltre un centinaio di medici-ricercatori e scienziati internazionali “fino a che scienziati indipendenti dall’industria non avranno completamente studiato i potenziali pericoli per la salute umana e per l’ambiente”, si è previsto che l’impennata di nuove antenne “si tradurrà in un’installazione di antenne ogni 10-12 case nelle aree urbane, aumentando così in modo massiccio l’esposizione della popolazione ai campi elettromagnetici”. Vuol dire che da qui ai prossimi mesi (se non gironi) dovremmo ritrovarci come circondati. E con quali effetti sulla salute pubblica?
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Cartelli in mano, nel silenzio italiano in Europa c’è già chi protesta!
 Intanto, ecco come sono costretti a vivere alcune persone che soffrono della Sindrome da Elettrosensibilità, patologia immuno-neuro-tossica altamente invalidante tipica della moderna Era Elettromagnetica che costringe (forse migliaia di cittadini) a vivere isolati, lamentando effetti biologici (non termici) multiorgano, restando ai margini della società civile per fuggire dall’irradiazione ubiquitaria dell’elettrosmog che, col 5G, potrebbe tradursi – non soltanto per questi ‘malati invisibili – come una vera e propria via senza ritorno. Per loro potrebbe non esserci scampo?
Sendemast & Strahlung
 “L’elettrosensibilità ti espone ad una battaglia continua, la gente non vuol credere che esista questa malattia – lo sfogo al Messaggero Veneto del marito di Giulia, una malata friulana in fuga da lavoro e casa per vivere in una tenda schermata tra le montagne della Carnia, al riparo da onde elettromagnetiche – Accettare una situazione del genere vorrebbe dire cambiare le proprie abitudini e nessuno è disposto a farlo finché la salute glielo permette”
Sul mensile ecologista Terra Nuova la storia di una cinquantenne di Imperia in ritiro dalla vita, rifugiatasi in un agriturismo del Piemonte in cerca di un’inesistente Free Elettrosmog Zone, cioè una zone italiana senza elettrosmog nell’aria: “Noi elettrosensibili soffriamo moltissimo in presenza di smartphone, tablet, bluetooth, cordless, tutti oggetti dei quali sembra che oggi non si possa fare a meno. Mi causano violenti sbalzi di pressione, difficoltà respiratorie e vertigini. La cura? L’allontanamento dalla fonte del malessere. Non ricevo alcun aiuto dallo Stato sotto forma di pensione di invalidità o altro”.
 Nella cronaca del Corriere di Arezzo la sfida di Talzano: Flavia Bisogni, elettrosensibile, ha portato in tribunale un colosso di BigPhone per la terza antenna di ripetizione per telefonia mobile, installate a pochi metri da casa. Un incubo, oltre la beffa. “Ho dovuto abbandonare Firenze, cerando riparo nella campagna aretina”, racconta denunciando l’accerchiamento da elettrosmog, trappola che la costringe a soffrire H24 tra le mura domestiche. “Sono disperata, già la situazione era al limite vivibilità. Ora che devo fare? Arrendermi? Andar via dalla casa costruita con sacrificio dalla famiglia?”.
 E mentre il fenomeno degli Elettrosensibili è finito anche pagine dell’ultimo numero della rivista L’Internazionale, il noto giurista Ugo Mattei (professore di diritto internazionale e comparato all’Università della California di San Francisco e di diritto privato all’Università di Torino) nella recente Conferenza “Costituzione, Comunità, Diritti” tenuta nel capoluogo piemontese s’è espresso senza riserve sugli effetti dell’interconnessione globale e permanente, smascherando il motivo per cui non è più possibile togliere la batteria dallo smartphone, affermando che “l’individuo non esiste più, è solo merce. Siamo merce da macello controllata dallo smartphone. Così scompaiono lo Stato e il diritto!” Pare una resa dei conti, altro che mondo smart…
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Questo piccolo dispositivo utilizza la nanotransferimento tissutale per rigenerare organi interi al tocco di un dito.
 
Quella che una volta era la materia della fantascienza sta diventando realtà: tutti gli organi possono essere “guariti” semplicemente toccando un piccolo chip.

  immagine: L’Ohio State University Wexner Medical Center

Un team di ricercatori dell’Ohio State University Wexner Medical Center e del College of Engineering di Ohio State, entrambi a Columbus, hanno sviluppato una tecnologia innovativa che potrebbe presto ripristinare quasi ogni organo.

Il dispositivo modifica la funzione cellulare in modo non invasivo. Si basa su un tipo di nanotecnologia chiamata nanotransfezione tissutale, che può riprogrammare le cellule adulte viventi in qualsiasi altro tipo di cellula.

Il nuovo studio è stato pubblicato nella rivista Nature Nanotechnology , e la ricerca è stata condotta congiuntamente dal dottor Chandan Sen, direttore del Centro di Stato per la Medicina Riabilitativa e delle Terapie Cellulari, e L. James Lee, professore di chimica e ingegneria biomolecolare presso l’Ohio State College of Engineering.

Come funziona la tecnologia

La tecnologia avanzata si basa su due elementi principali, e la prima è il chip stesso. Utilizzando la nanotecnologia, gli scienziati hanno progettato il dispositivo in modo che possa iniettare un cosiddetto carico genetico nelle cellule del corpo.

Il secondo elemento è il carico genetico stesso: il chip trasporta un codice genetico specifico in forma di DNA o RNA che, applicandosi alle cellule, li modifica dalla struttura precedente e funziona alla struttura e alle funzioni necessarie per riparare il danno. Il video qui sotto mostra il dispositivo in funzione.

Immagine anteprima YouTube

Come spiegano gli autori dello studio, i fattori di riprogrammazione vengono consegnati nella cella usando un “campo elettrico molto intenso e focalizzato attraverso i nano canali”. In altre parole, il chip è posto sulla pelle e con un tocco semplice, una corrente elettrica piccola e quasi impercettibile forge canali nel tessuto.

Il DNA o RNA viene inviato attraverso questi nano-canali e inizia a riprogrammare le cellule, dando loro una nuova “identità”. Come spiega il Dr. Sen, “Basta una frazione di un secondo: tocchi semplicemente il chip nella zona ferita, poi rimuovi, a quel punto inizia la riprogrammazione delle cellule”.

Il dispositivo è provato al 98 per cento efficace

La squadra ha testato il dispositivo nei topi applicando la tecnologia alla pelle delle gambe ferite, il cui flusso di sangue è stato bloccato. Il dispositivo ha trasformato con successo le cellule della pelle dei topi in cellule vascolari. “Entro una settimana abbiamo cominciato a notare la trasformazione”, dice il dottor Sen.

Nella seconda settimana, le cellule della pelle si erano trasformate in vasi sanguigni funzionali e alla terza settimana le gambe dei roditori erano completamente guarite – senza altri interventi farmacologici.

“Quel che è ancora più eccitante è che non solo funziona sulla pelle, ma su qualsiasi tipo di tessuto”, aggiunge.

In un secondo insieme di esperimenti, i ricercatori hanno utilizzato il dispositivo per trasformare le cellule cutanee in cellule cerebrali, aiutando a ripristinare la regione che è stata danneggiata da ictus .

In particolare, l’arteria cerebrale centrale era stata bloccata. Tuttavia, i ricercatori hanno trapiantato le cellule cerebrali appena ottenute nel cervello dei roditori, che hanno riparato i danni causati dal colpo. Gli scienziati riferiscono che entro settimane, i cervelli del topo hanno funzionato nuovamente.

Questo è difficile da immaginare, ma è realizzabile, funziona con successo al 98 per cento del tempo. Con questa tecnologia, possiamo convertire un solo tocco delle cellule della pelle in elementi di qualsiasi organo. Questo processo richiede solo meno di un secondo ed è non invasivo.”

Il Dr. Chandan Sen

I ricercatori spiegano che, rispetto ad altre tecnologie di transfection in vivo che utilizzano virus – in cui la distribuzione di un gene può causare gravi effetti collaterali – questa tecnologia è incentrata su singole cellule e funziona in modo non invasivo. “La differenza con la nostra tecnologia è come consegnare il DNA nelle cellule”, dice il dottor Lee.

Data la natura semplice, non invasiva e non farmacologica della tecnologia, gli scienziati sperano di spostare il dispositivo in sperimentazioni cliniche umane entro un anno.

Tratto da www.sciencedaily.com

 

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