Cosa ci aspetta dopo questa vita? La meravigliosa testimonianza di Abbeè de Robert

Tratto da  Sebirblu.blogspot.it

Abbeè de Robert, sacerdote francese figlio spirituale di Padre Pio, durante la guerra d’Algeria alla quale ha partecipato, è stato catturato e poi FUCILATO! Da quel momento Abbeè ha vissuto la particolarissima esperienza della DECORPORAZIONE, ovvero è uscito con la sua anima dal proprio corpo trivellato dalle pallottole, e ha risalito un lungo tunnel fino a giungere in Paradiso. Quello che ha visto lo segnerà profondamente per tutta la sua vita.
Padre Pio, che gli aveva predetto tutto, non lo ha mai lasciato solo!

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Breve biografia di Padre Derobert
Jean Derobert è nato il 25 ottobre 1934 ad Annecy; ha ricevuto l’Ordinazione sacerdotale il 30 giugno 1962 a Notre-Dame de Paris.
Ha compiuto i suoi studi ecclesiastici al seminario francese di Roma e nominato vicario alla parrocchia Sainte Louise di Marillac di Drancy nel 1993; ha rivestito, l’anno dopo, il ruolo di Direttore agli Studi nel collegio Albert de Mun de Nogent-sur-Marne.
Successivamente è diventato Cappellano alla basilica del Sacro Cuore di Montmartre e responsabile dei pellegrinaggi in Terra Santa.
Poi, spostatosi a Marsiglia nel 1996, Padre Derobert ha esercitato il suo ministero alla casa di riposo delle religiose del Buon Pastore.
Dal 2011 ha risieduto presso le Piccole Suore dei Poveri, dell’Ordine dei Certosini, da dove ha raggiunto la Casa dell’Altissimo, il venerdì 24 maggio 2013.
Ecco dunque il piccolo aneddoto che lo riguarda:
Padre Jean Derobert e San Pio da Pietrelcina

Padre Pio e l’Angelo di Jean Derobert

 L’Angelo custode costituisce una realtà costante nella vita di Padre Pio e un mezzo insostituibile del suo apostolato. Una presenza invisibile, che per lui era visibilissima, tanto che si meravigliava come qualcuno non scorgesse quello che vedeva lui.
 «Se hai bisogno di me, mandami il tuo Angelo custode»: era il ritornello che ripeteva ai suoi innumerevoli “figli spirituali” sparsi in tutto il mondo.
Ma cominciamo con un episodio riferito dal protagonista stesso, Padre Jean Derobert, cappellano della basilica del Sacro Cuore di Parigi.
 Anno 1955. Jean Derobert è studente di teologia a Roma. Avendo sentito parlare di Padre Pio, decide ad un certo punto, con una discreta dose di ingenuità, di prendere il treno e andarlo ad incontrare, in modo da farsene un’idea precisa e verificare l’esattezza delle voci che circolano su di lui. Arriva a San Giovanni Rotondo il 2 ottobre. In preparazione della festa di San Francesco, si svolge nella piccola Chiesa una cerimonia pomeridiana con predica, canti e recita del rosario. Quella particolare espressione di fede popolare, in versione meridionale, provoca una certa irritazione, quasi un’idiosincrasia insopportabile nel giovane con la mente satura di testi scolastici.Non c’è da stupirsi. L’impatto con un devozionalismo bigotto, spinto fino alle sue manifestazioni parossistiche, chiassoso, disordinato, scomposto, estroverso, spesso travalicante nella superstizione, deve essere risultato particolarmente sgradevole ed ostico ad un futuro sacerdote alquanto esigente con vezzi intellettualistici.
Comunque, approfittando del lasciapassare rappresentato dalla veste clericale, riesce a guadagnare una posizione strategica in una specie di tribuna. Ma eccone il racconto proprio dallo stesso:
«Scorsi un posto libero in prima fila e mi ci sistemai. Il mio vicino di sinistra tossiva, espettorava, si soffiava il naso in continuazione, e ciò mi infastidiva non poco. Lo guardai di sottecchi. Mi venne da pensare: “Ma questo viso non mi è nuovo, debbo averlo già visto da qualche parte…”
All’improvviso, il cappuccino sconosciuto posò bruscamente una mano sulla mia testa, con un gesto che doveva essergli familiare.
Quella mano era guantata… Mi ritrovai in ginocchio ai piedi del personaggio il cui incontro, al solo pensarci, mi incuteva tanta paura: si trattava di Padre Pio in persona!


Il fatto mi provocò un’impressione terribile, qualcosa di analogo ad un pugno sullo stomaco. Non riuscivo più a rimanere in quella posizione prona. Dovetti sedermi, perché le gambe cedevano e non avevo più forze.Continuavo a fissarlo, affascinato da quel volto proteso verso un “aldilà” che a me rimaneva sconosciuto.Assistevo, nel mio intimo, al sorgere di un sentimento d’affetto per quest’uomo che, in maniera evidente, soffriva molto.

Sentimento che, d’altra parte, era stranamente in contrasto col disprezzo che nutrivo per la folla che ascoltava un frate denunciare il comunismo, parlare della Madonna e di altro ancora che non saprei dire…»
Ma è il seguito quello che ci interessa più da vicino.
Come premessa, va detto che i sacerdoti erano esenti dalla lunga trafila a cui veniva assoggettata la gente comune, ossia, non dovevano munirsi del fatidico numerino ed aspettare pazientemente due o tre giorni prima di essere confessati da Padre Pio.
Derobert, intellettuale in erba, non era certo il tipo da rinunciare ai privilegi derivanti dall’appartenenza alla casta sacerdotale. Così era andato in sacrestia alle sette del mattino e si era posizionato al quinto posto di una lunga fila. Ma sentiamo da lui:
«Mi trovavo in attesa con una certa ansietà e mi perveniva, a tratti, la voce robusta del Padre che iniziava a gridare: “Quante volte?” – ed ogni tanto scacciava un penitente – “Via, via! Vai a cercare un altro confessore!”, incurante delle suppliche: “No, no, Padre…”
 
Al mio turno, presi posto al confessionale.
 
“Padre, sono francese”.
 
“Bene, e che cosa hai fatto?” mi domandò in latino.
 
“Parli pure italiano Padre, perché la capisco”.
 
“Bene, che cosa hai fatto?”
 
“Non so!”
 
Poi, cominciando a confondermi, iniziai ad infastidirmi. Mi sentivo ridicolo, dal momento che non sapevo cosa dire. Il vuoto. Soltanto dopo venni a sapere che Padre Pio metteva a nudo l’Anima. (Per i suoi carismi leggere QUI; ndt). Durante tutto questo tempo, sorrideva.


“Padre, ho fatto questo… e questo…”

“Sì, è vero”, mi disse, “ma ti è già stato perdonato venerdì scorso”

Ed era verissimo. Lui proseguì:

Ma tu dimentichi questa cosa e quest’altra… Due anni fa, in quel posto. Perché hai fatto ciò? E quell’altro? È vero o no?”

Con le lacrime agli occhi, mi mostrò la gravità di certe azioni, una gravità alla quale, devo riconoscere, non avevo mai pensato. Ma proprio nel momento in cui ascoltavo le spiegazioni che uscivano dalla sua bocca, quelle mancanze assumevano per me le loro vere dimensioni.
“È una cosa grave… molto grave…”. E si metteva a piangere e a soffrire.
Mi trovavo parecchio a disagio, tanto più che i fatti menzionati da lui corrispondevano a verità. Vi aveva aggiunto anche dei dettagli che io stesso avevo totalmente dimenticato. Succede a volte che si agisca per riflesso, senza avere il senso di una qualsiasi colpevolezza.
Mi impartì l’assoluzione, e mi domandò:
“Credi all’Angelo custode?”
“Beh! Non l’ho mai visto…”
Fissandomi con uno sguardo penetrante, mi rifilò un paio di ceffoni, scandendo gravemente queste parole:
“Guarda bene! È là ed è bellissimo!”
Mi voltai, ma ovviamente non vidi nulla. Ciò nondimeno, lui, il Padre, aveva negli occhi l’espressione di qualcuno che invece vede qualcosa. Non guardava nel vago, ma in un punto preciso.
“Il tuo Angelo custode è là e ti protegge! Pregalo molto… Pregalo molto!”
Gli occhi di Padre Pio erano luminosi. Riflettevano la Luce della mia Guida celeste».
A conclusione di questo fatto, restano da aggiungere soltanto alcuni particolari.
Innanzitutto la testa del giovane penitente, chino sull’inginocchiatoio, si trovava così vicina al Santo confessore, che era seduto sulla tradizionale sedia di paglia, da sfiorargli quasi la fronte.

In secondo luogo, lo studente era dotato di una corporatura che lo faceva rassomigliare ad un giocatore di rugby, quindi non dev’essere stata un’impresa facile, per Padre Pio, assestargli quei due sonori ceffoni, considerando lo stato dolente delle mani segnate da stigmate. Possiamo dedurre, con una punta di ironia, che Padre Pio sebbene “angelico” fosse anche un po’ manesco e che l’uso delle mani “alla don Camillo” probabilmente gli procurava anche delle fitte acutissime. (Ma come diceva Trilussa: “Quanno ce vò, ce vò…”; ndr).

Dal libro “Padre Pio mistero glorioso” di Alessandro Pronzato

3 pensieri su “Cosa ci aspetta dopo questa vita? La meravigliosa testimonianza di Abbeè de Robert

  1. prove!!! ci volgiono le prove non il sentito dire per interposta persona..altrimenti se tutte le squadre del campionato avessero la maglia a righe bianco e nera vincerebbero sempre!!!!

    • Caro Rodolfo le prove noi le abbiamo vissute sulla nostra pelle. Sono 20 anni che sperimentiamo e indaghiamo sulla continuità della vita per noi è una realtà. E’ chiaro che qualsosa che uno vive( come quello dell’articolo)personalmente non può essere sottoposto ad un sistema empirico, è unico e irripetibile. Uno può solo dare testimonianza di cio che ha vissuto, chiaramente ci mette la faccia e sa che in molti casi non sarà ne capito ne compreso. Ma questo non scoraggia chi ha sperimentato una realtà di una dimensione diversa da quella che viviamo normalmente perchè la vissuta sulla propria pelle. Se può aiutarti a comprendere meglio, persino la scienza con la teoria dele superstringhe sta parlando di una realtà a più dimensioni per conciliare le interazione tra la fisica dei quanti e quella della relatività. Anche loro non hanno tutte le prove sono solo teorie. Ma le accettiamo perchè vediamo come funzionano i nostri dispositivi elettronici. Un piccolo esempio pochi giorni fa, i cinesi hanno messo in orbita un satellite che crea comunicazioni quantistiche in base al fenomeno dell’entanglement quantistico. Non sanno hanno ancora come avviene una comunicazione che va oltre la velocità della luce però funziona. Noi viviamo una cosa simile non abbiamo tutte le risposte ma qualcosa che abbiamo sperimentato quotidianamente esiste aldilà di questa dimensione tridimensionale. Poi chiaramente ognuno è libero di credere in ciò che pensa giusto. Grazie del tuo commento.

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