Il venditore di medicine, un film sul mondo di Big Pharma

poster-venditore-medicine Il tema del comparaggio nel mondo farmaceutico è un argomento di cui quasi nessuno che operi nel settore – medico, farmacista o industria del farmaco – è disposto ad ammettere in modo esplicito l’esistenza. Tuttalpiù è un problema che riguarda sempre qualcun altro. Lo dice anche una ricerca, apparsa su The American Journal of Medicine, che indagava le attitudini e i comportamenti di un campione di medici nei confronti dei regali delle aziende farmaceutiche.

Alla domanda “Quanto gli informatori influenzano le vostre scelte prescrittive?” il 61% rispondeva che non influivano per nulla. Viceversa, alla domanda “Quanto gli informatori influenzano le scelte prescrittive degli altri medici?”, il 51% dello stesso campione rispondeva che i colleghi erano, invece, molto condizionati. Ebbene, proprio il comparaggio è il soggetto di un film uscito nelle sale da pochi giorni, a fine aprile: Il venditore di medicine, scritto e diretto da Antonio Morabito. In questa ricostruzione, basata su fatti reali, il comparaggio è un reato di grande pervasività nel rapporto tra aziende farmaceutiche e classe medica, una forma di corruzione a cui pochi sanno dire di no, facendo così della figura del medico un ingranaggio chiave del sistema.

E non solo: il comparaggio è anche “l’emblema della società” in cui vive il protagonista Bruno – Claudio Santamaria – un informatore medico sottoposto a forti pressioni da parte del proprio capo – Isabella Ferrari – che esige fatturati sempre più alti, anche a costo di precipitare nell’illecito. È questo, infatti, che chiedono i vertici dell’azienda farmaceutica per cui lavorano entrambi: la Zafer, alle prese con una forte crisi e disposta a licenziare chi non raggiunge il target di fatturato imposto. Secondo il regista, Bruno “è una pedina piccola, ma si comporta nel piccolo esattamente come la sua classe dirigente si comporta nel grande”. E il film, non a caso, sceglie come protagonista proprio la figura dell’informatore medico, presenza familiare nelle sale d’aspetto ma della quale non conosciamo realmente l’attività, talvolta implicata in reati come quelli descritti nel film.

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Tuttavia, i conflitti di interessi a cui può essere soggetto un medico nel prescrivere un farmaco al proprio paziente sono spesso molto sottili e, soprattutto, del tutto legali: “Se un medico vuole andare a un congresso o aggiornarsi, non gli resta che farsi sponsorizzare dall’industria farmaceutica, perché i costi per partecipare ai convegni sono sempre più alti e la formazione medica continua è in gran parte in mano alle aziende del farmaco che finanziano tali congressi. Insomma, non devi mai chiedere all’oste se il suo vino è buono”, dichiara Giovanni Peronato, coordinatore del movimento No Grazie, un gruppo attivo dal 2004 nell’informazione degli operatori medico-sanitari sui conflitti di interesse e sui complessi meccanismi cavalcati da “Big Pharma” per mantenere la propria leadership sul mercato. I non pochi casi, anche a danno dei pazienti.

Di diversa opinione chi si trova a rappresentare le ragioni dell’industria farmaceutica, come per esempio Massimo Ascani, responsabile per la comunicazione di GlaxoSmithKIine (GSK) Italia. Nel luglio dello scorso anno, la multinazionale britannica è stata coinvolta in un’indagine per corruzione in Cina, con l’accusa di aver pagato una somma pari a 500 milioni di dollari, nel corso degli ultimi sei anni, per promuovere in modo illegale le vendite dei propri farmaci: viaggi, sesso e denaro contante elargiti a medici compiacenti. In realtà, secondo Ascani si tratta di “mele bacate, perché chi si comporta in questo modo commette un illecito che fa male a tutto il settore, in quanto tende a perpetrare il ragionamento ‘di tutta un’erba un fascio’. Noi non crediamo assolutamente che questi sistemi illeciti siano così diffusi e sistemici come spesso si suol dire”.

Sembra comunque che qualcosa si stia muovendo. Nel dicembre scorso, per esempio, la stessa GSK ha annunciato una nuova politica proprio in tema di conflitto di interessi: dal 2016 l’azienda non pagherà più i clinici per parlare dei propri farmaci ai congressi, e non sponsorizzerà più i medici affinché vi partecipino. Dal 2015, inoltre, gli informatori GSK non saranno più valutati e remunerati in base al numero di prescrizioni fatte dai medici. Una mossa senza precedenti che potrebbe portare, si augurano in molti, altri protagonisti del settore a imitarne l’esempio.

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